Italiani anche noi. Il libro dei giochi. Presentazione di Eraldo Affinati

Presentazione

di Eraldo Affinati

Con questo volume si compone il trittico dei manuali Italiani anche noi ideati per le scuole Penny Wirton e l’insegnamento della nostra lingua ai migranti, poi diffuso in vari altri contesti didattici: il volume rosso, manuale che guida all’apprendimento in venticinque lezioni; il volume blu, eserciziario supplementare per consolidare abilità e competenze e adesso il libro verde, Il libro dei giochi, il cui ampio repertorio di ludodidattica realizza in pieno lo stile e lo spirito dell’impostazione a cui aderiamo, teso appunto, come spesso diciamo, a insegnare senza spiegare. In sostanza, poca teoria e molta pratica, tanti disegni e numerose prove, come avviene anche nella scatola didattica Sillabe e prime parole (Erickson, 2024), composta da mazzi di carte, domino, tombola con tabellone, cartellette, tessere e gettoni, in cui la dimensione manuale è preponderante.

Nella nostra ormai ventennale esperienza con le persone non italofone, sia quelle scolarizzate, sia gli analfabeti nella lingua madre, crediamo infatti che la modalità d’approccio più favorevole sia quella di un riconoscimento progressivo dei sistemi verbali che possa agevolmente anticipare le definizioni grammaticali mostrando subito in azione frasi e parole attraverso l’uso attivo e immediato dei primi fonemi, magari già acquisiti ma non ancora consapevolmente. Tutto questo senza rinunciare alla strutturazione, ma aggirandola per ritrovarla in una fase successiva. L’impatto iniziale si rivela quindi fondamentale, non deve scoraggiare né intimorire quanto piuttosto spingere alla conoscenza, persino attraverso l’errore, e ha bisogno perciò di materiali di pronto impiego, semplici e piacevoli, nei quali il disegno, non didascalico ma espressivo, assume un ruolo imprescindibile.

Ecco perché Il libro dei giochi rappresenta l’essenza delle scuole Penny Wirton, attive ormai in oltre settanta associazioni sparse in ogni zona d’Italia, nelle quali l’istruzione linguistica filtra e ricava forza dalla qualità della relazione personale fra docente e studente.

Il libro è composto da tre passi in stretta successione: il primo è rivolto a stimolare l’attenzione e allenare la memoria di chi è più in difficoltà anche grazie all’autocorrezione, in modo da riconoscere i segni e i suoni per poterli poi applicare nella dimensione orale e scritta; il secondo ci introduce, sempre in maniera giocosa, all’uso dei verbi e alla costruzione della frase, rafforzando le capacità ricettive e stimolando le produzioni descrittivo-narrative; il terzo induce a esprimere pensieri, opinioni, sentimenti, non senza dare spazio a un po’ di invenzione, di leggerezza e di ironia. Il volume si chiude con una giostra finale, libera e scanzonata, grazie alla quale l’insegnante può sbizzarrirsi nel proporre agli studenti occasioni linguistiche  per mettere alla prova in situazioni concrete ciò che si è capito. In questa sarabanda conclusiva prevale l’aspetto ludico, mai competitivo, ma volto a sottolineare la dimensione corale dell’apprendimento.

Ognuna delle tre sezioni è introdotta da un mio racconto che parte dalla suggestione dei fantastici 

pastelli urbani di Emma Lenzi, la pittrice che volle donare il suo talento all’avventura delle scuole Penny Wirton, alla quale resteremo sempre grati: questi testi, liberamente utilizzabili anche didatticamente nelle forme che suggeriamo, possono essere considerati un traguardo finale di lettura per gli alunni già esperti.

I nostri volontari e volontarie, centinaia di docenti, non necessariamente ex insegnanti, fra i quali contiamo anche gli studenti delle scuole medie superiori che svolgono con noi le ore di tirocinio formativo FSL (Formazione scuola lavoro), ragazzi straordinari formati come piccoli professori e professoresse dei loro coetanei migranti, ci chiedono sempre nuovi esercizi da sottoporre alle persone che gli mettiamo di fronte. Con Il libro dei giochi avranno di che sbizzarrirsi, calibrando i materiali in base alle occasioni reali che si troveranno ad affrontare. Questo volume, comunque utilizzabile anche in aula secondo una modalità più tradizionale, è pronto per soddisfare le esigenze di ognuno, ben sapendo che l’esperienza umana di noi tutti non potrà che arricchirsi dal confronto con le genti del mondo.

(Tratto da Italiani anche noi. Il libro dei giochi, Erickson 2026, pp. 7 e 8, vedi https://www.erickson.it/it/italiani-anche-noi-il-libro-dei-giochi)

L’istruzione come diritto

di Ernesto Russo, 5a Liceo Scientifico G. Keplero, Roma

La scuola di italiano per immigrati Penny Wirton è un luogo che difficilmente si riesce a raccontare a chi non lo ha vissuto. Mi presento, sono Ernesto Russo, ragazzo romano di 18 anni frequentante l’ultimo anno del Liceo Scientifico Giovanni Keplero. 

Scrivo questo articolo per condividere il mio entusiasmo riguardo a un progetto PCTO/FSL a cui ho preso parte quest’anno. 

Infatti, tra settembre e dicembre 2025 ho avuto la possibilità di fare volontariato in questa realtà chiamata Penny Wirton, scoprendo un modo di fare lezione che è semplice, umano e sorprendentemente efficace.

Questa scuola funziona secondo un principio chiaro: l’istruzione è un diritto e, come tale, deve essere gratuita. Tutto, in questo oratorio improvvisato in scuola, è offerto senza chiedere nulla in cambio. Non si pagano le lezioni, non si pagano i libri, non si pagano i quaderni o le penne. Tutto il materiale necessario viene fornito direttamente dalla struttura, permettendo a chiunque di sedersi a un tavolo e iniziare a imparare, senza ostacoli economici o burocratici. Anche l’organizzazione segue una logica inclusiva: non si contano gli assenti, ma solo i presenti. Chi riesce a venire è accolto, chi non può non viene giudicato. Questo dettaglio, che può sembrare insignificante, restituisce dignità e serenità a persone che spesso vivono situazioni complesse e insospettabili per dei ragazzi fortunati come noi che gli facciamo lezione una volta a settimana.

Il cuore del metodo Penny Wirton è il lavoro individuale. Le lezioni sono sempre uno a uno o, al massimo, uno a due. Questo permette un’attenzione costante e mirata su ogni studente, sia questo un bambino tunisino, un ragazzo brasiliano o un adulto vietnamita. Non esistono classi affollate né programmi rigidi: si parte dalla persona, dal suo livello, dai suoi bisogni e dai suoi tempi. Ogni incontro diventa così un dialogo, un percorso costruito passo dopo passo, in cui, si leggono le prime parole in italiano, si impara a scrivere una frase, si capisce come raccontare qualcosa di sé…

I volontari, in tutto questo, hanno un ruolo imprescindibile. Per fortuna da questo punto di vista ho sempre trovato un ambiente cordiale, sano, fatto di persone disponibili ad aiutarsi a vicenda e ad accogliere chiunque entrasse speranzoso da quella porta. Nessuno si sente “più bravo” di qualcun altro: si impara anche tra volontari, osservando, chiedendo consigli e condividendo esperienze. L’età non conta, così come non conta l’esperienza precedente: ciò che davvero fa la differenza è la voglia di mettersi in gioco, come ci hanno fatto presente da subito i fondatori, i coniugi Anna Luce ed Eraldo Affinati.

Gli studenti, dal canto loro, rendono molto agevole il nostro compito: arrivano la maggior parte delle volte con un raro desiderio autentico di apprendere, desiderio che in noi liceali spesso resta spento o labile. Insomma, muoiono dalla voglia di capire, parlare, inserirsi e spesso hanno anche voglia di raccontare chi sono.

Non è raro che siano persino loro a insegnare qualcosa a noi docenti: una parola nella loro lingua, una tradizione, un’usanza del loro paese, qualsiasi cosa. 

In questi scambi si crea un equilibrio affascinante, in cui chi insegna e chi impara si scambiano i ruoli, anche solo per un istante. E non importa se lo studente ha vent’anni in più del volontario che gli siede davanti: il rispetto è reciproco e sincero. E la voglia di conoscersi, capirsi, venirsi incontro rende tutto più magico, speciale.

Fare volontariato alla Penny Wirton mi ha insegnato che la scuola può essere molto più di un luogo di vuote nozioni. Può diventare uno spazio di incontro, di ascolto e di crescita condivisa, dove l’italiano non è solo una lingua da imparare, ma un ponte tra storie, culture e vite diverse, solo apparentemente lontane. Sono grato ai fondatori e alla mia scuola per avermi dato l’opportunità di essere parte di qualcosa di così importante e significativo, i ricordi che ho alla Penny Wirton li porterò sempre nel cuore. Come ho scritto nel resoconto della prima lezione che ho fatto, il mio obiettivo è e sarà sempre quello di essere il lieto fine di più storie possibili.

Ernesto Russo, 28 dicembre 2025